Catà Sü è un viaggio che parte da lontano, dove di preciso non si sa.
Parte dal dialetto, certamente. E dal suo magnifico prestarsi a rendere concetti potenti dei semplicissimi suoni.
Provate ad esclamarlo a voce alta, ascoltatene la durezza, sentitene la perentorietà, percepitene l’impietoso comando che resta nell’aria anche al ristorarsi del silenzio: Catà Sü!
Parte dalla pallacanestro poi, ovvio. E dal palazzetto di Masnago, ammirato con gli occhi di un bambino che si aprivano su un destino più che su un luogo: quelle curve di cemento sarebbero diventate una seconda casa, ma il bambino che guardava ancora non lo sapeva.
E dentro lo stesso palazzetto, se vi fermate per un istante a prestare attenzione, il Catà Sü rimbomba anche di notte, diventa colonna sonora di basket giocato, di derby, di gioia e di dolore, di tracotanza e di umiliazione, di vittoria e di sconfitta.
Parte dall’arte della fotografia, anche. E dalla sua capacità di inchiodare per sempre ciò che passa sotto ai nostri occhi, restituendolo puro, incontrovertibile dalla parola, perennemente attuale.
La fotografia, che si può declinare in tanti modi diversi, che può essere emozione, azione, notizia: nel nostro viaggio le ritroviamo tutte e tre.
Parte dall’amicizia, infine. Quella di un popolo del palla al cesto - autoctono o forestiero non ha importanza - nei confronti di chi negli anni si è dimostrato ben più di un semplice barman: dietro quel sorriso che pare sempre dare il benvenuto alla vita - anche quando è dura - giocatori, allenatori, dirigenti, genitori e tifosi hanno scoperto un fratello, un compagno di avventura, un consigliere e un confidente. In una sola parola: un amico.
Massimo Longo è diventato per molti un amico.
E quando l’amicizia arriva come “vera”, come tale prima o poi ritornerà.
Catà Sü è un viaggio che parte da lontano, dove di preciso non si sa.
Quello che si sa è quando e dove arriverà: lunedì 5 novembre 2018 in via Carrobbio 26.
Arriverà a colmare una mancanza enorme: quella di una casa del basket nel centro della città del basket. Una casa per coloro che cercano un’identificazione quotidiana con la loro passione sportiva più grande, una casa che ricordi a tutti perché la Città Giardino è fatta della stessa materia della sua storia cestistica.
Scoprire Catà Sü è un piacere da godere per gradi. Si entra in un locale intimo, che richiama il focolare, dalle dimensioni giuste - non troppo grandi, né troppo piccole - di sicuro il più funzionale di tutta la via.
A dare il benvenuto ci sono quattro grandi foto, che ti abbracciano con il loro desiderio di raccontarti la leggenda.
E qui si torna al viaggio: fotografia come emozione, fotografia come azione, fotografia come notizia.
Carlo Meazza è stato ed è il cantore delle emozioni, il narratore per immagini che ha accompagnato l’epopea degli anni 70 nei suoi incommensurabili successi ma anche nelle sue cocenti sconfitte, che hanno saputo rendere persino più memorabili le vittorie che le hanno fatte poi dimenticare.
Il primo scatto è un pugno: Bob Morse, Marino Zanatta e Manuel Raga ritratti seduti in panchina mentre si coprono il viso, disperati per aver buttato via dodici punti di vantaggio nella finale di Coppa Campioni a Nantes nel 1974. Il Real Madrid sta festeggiando il titolo europeo, la Ignis è a terra e ha il volto dei suoi tre campioni in lacrime: Meazza coglie l’attimo fuggente di una tristezza che si trasformerà presto in rivincita, Massimo ce lo restituisce in forma plastica a distanza di anni, rammentandoci che quella Varese era grande anche quando perdeva.
Ci spostiamo di qualche metro, ma è sempre Meazza a raccontare. Stavolta nel suo obiettivo c’è Paolo Vittori, in un tenero abbraccio con il “masseur” Marino Cappellini dopo la conquista di uno scudetto.
La giravolta rispetto alla foto precedente è completa, il lato della medaglia è quello opposto, la leggenda - tuttavia - è sempre la medesima. E il tocco emozionale del fotografo, qui, ci ricorda quanto quella leggenda sapesse essere anche famiglia, culla di affetti che sono rimasti nel tempo e hanno travalicato anche la morte.
Marco Guariglia è da sempre, invece, sinonimo di azione, di gioco, di basket che scorre su un rettangolo di 28 metri per 15. E di sfide, come quelle dei nani che si mettono in testa di provare a ba***re i giganti. È il 15 ottobre 1999: dopo aver vinto il titolo italiano, i Roosters si esaltano contro i San Antonio Spurs campioni Nba, arrivando a un nonnulla da un clamoroso trionfo. Simbolo di Davide contro Golia, manco a dirlo, un omino dai capelli rossi di nome Gianmarco Pozzecco: è lui - nella foto in questione - a buttarsi in entrata contro i 206 cm di Samaki Walker, con la sfrontatezza che ha sempre fatto parte del personaggio e della squadra in cui giocava.
Terza tappa, la notizia. Ovvero il pane di Simone Raso, per anni “giornalista” con la macchina appesa al collo. E la “notizia”, qui, è la più bella dell’ultimo decennio a Basket City: il tiro di Sakota in gara 6 contro Siena. Nel metro per due del riquadro c’è dentro una palla sospesa che sta per infilarsi nel canestro, una curva (quella di Siena…) che sta per piangere disperata e un uomo, Dusan, che è stato capace di far sognare la gente (non importa se solo per qualche giorno…).
Con quattro foto Catà Sü ti porta a scuola di storia, gioia, dolore, ricordi, senso di appartenenza. E questo è solo l’antipasto, da ammirare appena varcata la porta.
In fondo alla prima sala, infatti - al fianco di un grande e moderno televisore che trasmetterà tutte le partite della Openjobmetis, sia di campionato che di coppa - una teca custodisce altri “messaggi” di pallacanestro: ci sono le scarpe dello scudetto di Galanda, una delle stelle scese dal tetto del Lino Oldrini proprio quell’11 maggio (in realtà ritrovata per caso dai due Massimo - Longo e Ferraiuolo - 14 anni dopo…), una maglia della Emerson, la canotta della nazionale di Meneghin (Dino), una sciarpa della Mobilgirgi, il pallone di Chalon e tanto altro ancora…
Sono le memorabilia di un mondo del basket che si è stretto all’amico Longo per guidarlo nella sua nuova avventura. E chi non ha (ancora) mandato qualcosa, si è premurato di prendere in mano il telefono: Catà Sü alza il sipario con le “benedizioni” di Gianmarco Pozzecco, di Kuba Diawara, di Ugo Ducarello, di Christian Eyenga, di Frank Vitucci: persone che a Varese, e al Five Caffè del palazzetto, hanno lasciato il cuore. E presto lo ritroveranno anche qui in centro.
Non di solo basket, però, può vivere il cliente. E Catà Sü, sotto la sapiente regia di un personaggio che da decenni conosce e ama il suo lavoro, si è attrezzata per far vivere a suoi avventori un altro viaggio indimenticabile, stavolta tra i sapori.
Dalla colazione all’aperitivo, la parola “scontato” è bandita dal menu.
Si parte al mattino presto, con le marmellate prodotte dal Banco Alimentare di Varese (in una catena commerciale che punta a fare del bene) da gustare “alla spina”: ognuno potrà infatti riempirsi la propria brioche del gusto e della quantità desiderata, così da incominciare la giornata con il sorriso sul palato.
Ecco il pranzo, poi, ed ecco la volontà di prendere per la gola affidandosi alla genuinità del “chilometro zero”. Pane del Panificio Pigionatti, salumi del Salumificio Colombo e formaggi del Latte Varese: saranno questi gli ingredienti per panini, focacce e taglieri che renderanno la pausa di metà giorno una pausa da gustare con gioia.
Infine l’aperitivo. Non il solito aperitivo. Oltre ai prodotti del territorio, per soddisfare la sete della sua clientela Massimo ha pensato a una coppia d’assi: i cocktail realizzati in collaborazione con Rossi d’Angera e la birra artigianale del Birrificio di Pedavena delle Dolomiti, frutto di una filiera di produzione controllata e 100% italiana.
Insomma, oltre che il punto d’approdo di un viaggio dalle mille partenze, Catà Sü è anche la scommessa di un uomo guidato dalla passione, per la pallacanestro e per il nobile mestiere dell’accoglienza, quella che da anni è il primo e sacro comandamento al Five Cafè del Lino Oldrini.
Venite ad “assaggiare” un luogo che è molto più di un bar, molto più di un museo della pallacanestro varesina, molto più di un ritrovo per tifosi.
È semplicemente Catà Sü, la casa del basket nel centro della città del basket.