Notting Hill.

Notting Hill. Scrivere per vivere.

06/06/2018

Lo so, è difficile ammettere che l'amore possa finire. Soprattutto per te, che lo hai sognato tanto.
Per te che, con quell'amore lì, hai riempito stazioni ed aeroporti.
Per te che ti sei persa dietro ad un paio di occhi scuri, convinta che saresti bastata tu, da sola, a salvare quell'anima pura. Tu che invece, hai dovuto fare i conti con la cattiveria di chi non ha mai voluto credere a quell'amore. Con il gelo di una casa che, sempre di più, è diventata una prigione. Con il silenzio di chi avrebbe dovuto urlarti in faccia che ti amava, che non potevi andar via così.
Per te, piccola e fragile, che ti sei dovuta inventare un altro modo di essere. Più duro, forse. Disilluso. Disincantato.
Per te che adesso, schiacciata dall'eco di un dolore passato, sei convinta di non voler amare più. "Mai più" hai promesso a te stessa, dopo l'ultima volta. Davanti ad uno specchio, vestita solo dei tuoi sbagli e delle tue ferite aperte.
Per te che non riesci a far l'amore perché credi che il sesso faccia meno male. Convinta che sia più facile così, spogliata solo dei tuoi jeans, con il cuore chiuso in cassetto.
Per te, infine, che presto ti accorgerai di quanta luce riesca a passare attraverso le ferite. E riuscirai a capire che, anche se l'amore finisce, tu rimani. Ed è questo che conta davvero.

12/04/2018

Stamani sono passata davanti casa tua. Non lo facevo da tempo, da quando mi hai sbattuto la porta in faccia, ferito dai miei sbagli e stanco delle mie paure. Non lo facevo da quando mi hai urlato che una come me non te la meritavi, che nella vita avevi già sofferto abbastanza.
Ti avrei voluto scrivere che ero lì, ferma ad aspettarti. E invece sono rimasta in silenzio, davanti al tuo portone, sperando che il destino avesse più coraggio di me.
"A che brindiamo?" hai chiesto trionfante, tirando fuori dal cruscotto una bottiglia di vino rosso e una fetta di torta. Quella al cioccolato fondente con le scaglie di pistacchio, la mia preferita.
"Tu sei matto"
"Insomma, a cosa brindiamo?"
"Agli attimi"
"Agli attimi" hai ripetuto sollevando la bottiglia.
E quanto abbiamo riso quella sera, fingendo che la tua macchina bianca fosse un ristorante di lusso, bevendo vino davanti alla città vista dall'alto.
Quando poi ho visto illuminarsi la tua finestra, quella che ci ha visti fare l'amore dopo aver fatto la guerra, che ci ha sempre protetti dal mondo e a volte anche da noi, avrei voluto urlare sotto al tuo balcone. Come in quei film che hai sempre odiato e che io ti costringevo a guardare con me, con la testa sulle tue gambe, al sicuro nella tua stanza in affitto. E quante volte, poi, abbiamo sognato anche noi un finale come quello, dove basta solo l'amore, dove la magia di quelli come noi alla fine vince sempre.
"A volte non ci credo"
Ti sei acceso la tua Marlboro light e hai guardato in aria, come a voler trovare lì le parole. Sei rimasto un po' in silenzio, tenendo la mia mano stretta tra la tua.
"Non ci credo che sei qua, vicino a me, così.. Così bella, c***o"
Hai continuato a guardarmi, in quel modo che nessuno potrà mai, fino a farmi sentire nuda.
Ed io, nascosta dietro al mio sorriso stupido, ho abbassato gli occhi. E invece quante cose che ti avrei voluto dire in quel momento. Uno di quelli che pensi non sia niente fino a quando non ti ritrovi davanti ad una porta chiusa, incapace di dimenticare, consapevole che certi treni, se li perdi, poi non parti più.

05/04/2018

Ed io ci voglio credere che neanche tu, in fondo, hai scordato i miei occhi.
Voglio credere che anche tu, in qualche notte senza stelle, hai maledetto il mio ricordo. "St***za che non sei altro" avrai pensato, ubriaco di birra e di rabbia, sotto ai portici bui.
Incazzato, ferito, deluso. "Non me ne importa niente" avrai ripetuto, chissà quante volte, davanti a chissà quanti occhi.
Voglio credere che hai ancora la mia foto nascosta in qualche cassetto, come se questo bastasse a dimenticare tutto. Come se "occhio non vede e cuore non duole" valesse davvero per due come noi.
Voglio credere che anche adesso, mentre voi due fate di nuovo l'amore, pensi a me. Anche dopo aver finito, mentre agganci i jeans e la guardi seduta sul letto, con le guance ancora rosse e i capelli un po' arruffati. Ci voglio credere che te lo ricordi ancora quando mi dicevi che con me era diverso, che non ti eri mai sentito così davanti ad una donna. Anche se, tu lo sai, io donna non lo sono stata mai. E quante volte, però, avrei voluto esserlo per te.
E forse è assurdo voler credere ad un amore così, malato e sbagliato. Un amore che mi è rimasto appiccicato addosso, incastrato fin dentro le ossa.
"Ci faremo solo male"
"Non avere paura, non fermarti proprio adesso"
Ed io che adesso ricordo solo gli occhi che avevi quella sera, quando mi hai pregato di restare, quando ti sei spogliato davanti a me e sei rimasto con addosso solo la tua anima.
E allora scusami se io, tutto questo, proprio non riesco a dimenticarlo. Scusami se non riesco a dimenticare niente.. Ma soprattutto te.

06/01/2018

A volte ci penso.
Al silenzioso mare d'Ottobre mentre nessuno si accorge di niente. Al vino bianco sugli scogli mentre ti innamori di un tramonto.
Alla strada bagnata. Al diluvio guardato da una finestra del centro appoggiata al tuo cuore.
A volte ci penso.
Ai tuoi messaggi a tarda notte. "Bella serata. Manchi tu". Ai sorrisi appena sveglia.
Alle stazioni affollate e familiari. Ai baci sulla fronte. Agli occhi umidi. "Dai muoviti a mo***re su che non voglio piangere".
A volte ci penso.
Alle si*****te a letto, stretti in un piumone bianco.
Alla prima birra sotto i portici. Ubriachi di felicità, d'amore.
A volte ci penso.
A te.
All'amore che finisce. All'amore che non basta. All'amore che ti rimane addosso.
A volte, forse sempre, ci penso.

14/11/2017

È che il temporale, quello che fa tremare i vetri e il cuore, mi fa sentire fragile. E come sempre, allora, penso che serviresti tu. E che da quando non ci sei, ogni giorno sa di Domenica. E di nostalgia mischiata al caffè amaro appena sveglia. E di sms scritti alle quattro del mattino e mai inviati.
E davanti a questo temporale, uno dei tanti lontana da te, penso che io non ci credo al tuo odio, alla tua porta chiusa.
Non ci credo che non hai più pensato a me, dopo una giornata lunga e faticosa, salendo in macchina. Non ci credo che mentre fai l'amore con lei, anche adesso che è passato così tanto tempo, non pensi a quanto sarebbe stato bello farlo ancora una volta, in quella stanza solo nostra, fino a non poterne più. Non ci credo che al supermercato, passando davanti al banco dei surgelati, non ti venga voglia di comprare il gelato al pistacchio. Il mio preferito, quello con il tappo blu e le scritte bianche. Non ci credo che quella canzone, quei 4 minuti e 23 secondi marchiati a fuoco dentro ai miei ricordi, non ti abbia mai fatto venir voglia di piangere. E di urlare. E di chiamarmi e dirmi che anche se sono una st***za, in fondo, un po' ti manco. E che mi hai amata da morire.
Anche adesso che fisso la mia finestra, sentendomi come queste infinite gocce che scivolano giù fino a scomparire, mi domando se anche tu stai facendo lo stesso.
Mi domando se anche a te questo brutto tempo ricorda i miei sbalzi d'umore, i miei ricci arrabbiati, le mie mani sempre fredde.
E se davvero è così, se davvero non hai dimenticato neanche tu, mi chiedo come abbiamo fatto a perderci. E mi rispondo che l'amore non basta da solo, che noi non avevamo niente più di quello. Che ci siamo amati come pazzi ma non è bastato.
È solo che a volte non mi basta saperlo. Non mi basta darmi una risposta, una spiegazione. A volte, come oggi, un po' mi manchi. E forse non ti amo più. Però mi manchi.

09/11/2017

Come sempre, mentre il treno parte, io penso a te.
Ed è sempre così da quando non siamo più niente. Da quando so che la meta non sono più le tue braccia forti.
E allora penso a tutte le volte che ti ho trovato là, fermo ad aspettarmi, con gli occhi fissi su di me.
Penso al primo treno preso per arrivare da te. Alla paura confidata solo a quel sedile consumato e logoro.
Penso alle canzoni che hanno accompagnato tutti i miei viaggi nell'attesa di incontrare i tuoi occhi. Quelle che adesso, il solo ricordarle, fa male al cuore. E non è un dolore platonico, irreale, inconcreto. È quel dolore che ti stringe lo stomaco, che ti toglie il respiro.
Penso anche ai viaggi in macchina, nel buio di una notte che sembrava sempre solo nostra. Infinita e magica come tutte quelle passate insieme. Con la radio accesa e la nostra musica a tutto volume. Come a voler urlare che noi eravamo felici, che niente avrebbe mai potuto rovinare quel momento. E quanto abbiamo riso, schiacciati dietro ai tuoi sedili scuri, pregando che non finisse mai.
Penso, infine, all'ultimo saluto sotto la pioggia. Ai tuoi occhi spenti, increduli. Al mio pianto in macchina, sempre più lontana da te, da quella bolla dentro cui siamo stati così felici che a volte non ci credo. Penso a quando ho capito che davvero, certe volte, non servono parole. Soprattutto quando sai che ti farebbero solo più male.
E allora, oggi, sull'ennesimo treno preso da quando non ci sei, mi chiedo come sia stato possibile. Amarsi così tanto, intendo. Amarsi al punto da volersi poi così male, da non volerne più sapere niente.
Mi chiedo come sia stato possibile far tacere quella radio, sempre accesa, a tutto volume, fino ad arrivare a quel silenzio là. Quello che fa urlare i tuoi pensieri, che li fa apparire così nitidi e trasparenti che per questo fa paura.
Mi chiedo come abbiamo fatto a non aspettarci più, nella stazione gremita di persone, fingendo che il mondo intorno non ci fosse. Illudendoci che ci saremmo sentiti così per sempre.
Mi chiedo se anche a te, adesso, amare fa paura. Se anche tu quando pensi a me, magari di fretta e per sbaglio, credi che ne sia valsa la pena. Che amare non è mai la scelta sbagliata. Che anche quando ti ritrovi ad aver perso tutto, in fondo, non vorresti mai tornare indietro.

05/11/2017

Sarà che fuori è buio.
Sarà che sono in macchina da sola.
Sarà che ho addosso il maglione bianco, quello del primo non bacio insieme a te.
Sarà che ho appena passato la mia serata con un'altra persona. Ed è la prima volta da quando tu non ci sei.
Sai, per un attimo, prima di uscire di casa, ho avuto paura. Mi sono detta che forse non era il caso, che magari sarebbe stato meglio rimandare. Stavo quasi per rientrare dentro quando mi è apparsa davanti agli occhi una ragazza di vent'anni, disperata sul divano. Mi assomigliava tanto, sai? Stessi occhi spenti, stanchi di cercarti ovunque. Stessa paura di non farcela, di non riuscire più ad essere felice. Stessi fazzoletti consumati, accartocciati sul divano, testimoni oculari di giornate tutte uguali.
Quando ho capito che quella ero io, in questi mesi senza te, ho richiuso con decisione la porta. Mi sono detta che in fondo me la meritavo una possibilità. Che lo dovevo a me stessa, a quella ragazza rannicchiata sul divano, incapace di sognare ancora.
Che strano che è stato salire su un'altra macchina, senza quel vomitevole profumo alla vaniglia dappertutto.
Che strano ridere alle sue battute senza dover fingere, senza quel costante senso di vuoto annodato in fondo al cuore. Nello stomaco. Dappertutto.
Che strano non pensare a te mentre bevevo dentro a quel bar che ti piaceva tanto. Quello dove mi hai abbracciata la prima volta, impacciato e goffo.
Che strano essere felice senza di te.

A volte, lo ammetto, vorrei essere il tuo primo pensiero. Quello che arriva prima di aprire gli occhi, quando con gli oc...
29/10/2017

A volte, lo ammetto, vorrei essere il tuo primo pensiero.
Quello che arriva prima di aprire gli occhi, quando con gli occhi ancora impastati dal sonno cerchi il telefono nel buio.
Vorrei essere la canzone che ha segnato la tua infanzia. Quella che non scordi più anche senza ascoltarla per anni.
Vorrei essere il ricordo del tuo viaggio di maturità. L'euforia del primo assaggio di libertà e indipendenza. La paura del futuro che ti fa sentire grande e già un po' uomo.
Sarei voluta essere casa tua. Il profumo del ciambellone la Domenica mattina. Il cenone di Natale con il maglione a collo alto bianco e rosso.
E invece sono niente. Un ricordo doloroso. Anzi, un ricordo e basta. Uno dei tanti. Uno di quelli che ogni tanto tornano in mente e poi tutto come prima.
Sono diventata tutti i mesi che hai perso insieme a me. La benzina sprecata. Il "se mi facevo i fatti miei quel giorno, era meglio" detto agli amici davanti ad una birra.
E allora mi chiedo se davvero, il dolore, sia un ottimo maestro. O se invece avrei preferito non impare niente ma rimanere insieme a te, fino alla fine e nonostante tutto.

22/10/2017

Sono rimasta in silenzio. Non sono riuscita neanche a cambiare espressione. Un sussulto. Uno sguardo sorpreso. Un battito di ciglia. Niente.
Mi sei solo sembrato cambiato rispetto a un anno fa. I capelli più lunghi, forse. Qualche chilo in più sul viso. Gli occhiali nuovi.
Ti ho riconosciuto solo quando mi hai guardata negli occhi. Con quel tuo sorriso beffardo. Con il rancore ancora cucito addosso. Sentirmi addosso quello sguardo, così intriso di disprezzo, mi ha resa impotente. Inerme. Nuda. E allora, come sempre, non ho detto niente.
Non ti ho detto quanto mi sei mancato il giorno di Natale, quando sotto l'albero non ho trovato il tuo pacchetto, stropicciato e senza fiocco.
Non ti ho detto che ogni Sabato sera, in macchina da sola, ho ascoltato la nostra canzone a tutto volume. E ho sperato che anche tu stessi facendo lo stesso proprio in quel momento. Come se fossimo ancora legati da un filo invisibile. Come se non si fosse rotta la magia che ha reso così f***e il nostro amore.
Non ti ho detto neanche che il giorno del mio compleanno, mentre avrei voluto averti accanto a me, non ho espresso alcun desiderio. Sapevo già che certi sogni non si avverano. Che neanche il destino ci avrebbe riportati vicini. E che a volte, forse, una realtà crudele fa meno male di un bel sogno irrealizzabile. Ho soffiato le candeline ad occhi chiusi, senza desiderare niente, senza pensare a quanto fosse vuota quella sedia accanto a me. Senza far caso al freddo che si prova quando non abbiamo accanto chi amiamo. Senza rendermi conto che tutto questo, in fondo, l'ho voluto io.
Questo è il prezzo da pagare per quelli che, come me, ad esser felici proprio non ci riescono. Per quelli che davanti alle cose belle scappano, fanno casini, sbagliano strada.
Che poi, in fondo, nonostante tutto, mi chiedo se fosse davvero quella la felicità.Viversi a mille senza mai riprendere fiato. Senza mai un attimo di tregua. Senza mai trovare il coraggio di dare un nome a quelle notti d'amore in macchina, rinchiusi in chissà quale bolla.
E vederti là, ieri, mi ha fatto capire una cosa: l'amore, quello vero e forte, avrebbe urlato a squarciagola. Non sarebbe rimasto in silenzio come me. Non ti avrebbe lasciato andar via, dopo un anno di inferno, soli e lontani.
L'amore, quello bello e puro, ti avrebbe raggiunto in ogni modo. Non si sarebbe accontentato di viverti nel ricordo. Avrebbe avuto il coraggio di chiamarti, di cercarti, di chiederti scusa. Pur sapendo di trovarsi davanti ad un muro invalicabile.
Ecco, allora credo che alle volte si debba imparare a dare il giusto nome alle cose.
Il mio silenzio, ieri, è stato forse la prova che non il nostro non era l'amore che credevamo. Che forse credevo solo io. Era passione. Malattia. Fuoco vivo. Dipendenza.
Ma l'amore, davvero, è un'altra cosa.

> Hai ragione. Ho paura. A te l'amore non fa questo effetto? >E poi un bacio. Come quelli che quando li vedi nei film ti...
13/10/2017

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Hai ragione. Ho paura. A te l'amore non fa questo effetto?
>
E poi un bacio. Come quelli che quando li vedi nei film ti chiedi se possa esistere al mondo una persona capace di guardarti così. Come se averti vicino fosse l'unica cosa che conta. Come se tutta la bellezza fosse racchiusa in te. E nessuna parola potrà mai spiegare quella magia là.
Chiudo gli occhi e mi sforzo di non piangere. Riesci ancora a farmi questo effetto, maledetto te.
Piazza maggiore stasera mi sembra bellissima. Spenta quanto basta per farmi ricordare che certi stati d'animo sono universali. Che la tristezza non sempre è una condanna. Che a volte fa bene anche piangere da soli, attraversati da un ricordo, mentre il mondo continua la sua corsa.
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E poi abbiamo riso. Come pazzi. Ubriachi del nostro amore impossibile. Folli quanto basta per credere eterno un amore così.
Che poi quella sera, alla fine, l'amore non lo abbiamo mica fatto.. eppure è stata la notte migliore della mia vita. Una di quelle che a 13 anni avrei scritto sul diario, con i cuori scritti a penna vicino al tuo nome. Invece adesso sono qua, seduta al tavolino di un bar, mentre aspetto che qualcosa mi faccia scordare di quei giorni insieme. Dei tuoi occhi scuri. Del modo in cui mi hai amata. Del modo in cui io non ho amato te. Aspetto di non sentire più questa malinconia. Quella che ti lasciano le cose belle quando finiscono. Quella che non è solo tristezza. Quella che neanche questo assenzio, stasera, può portar via. La verità è che basterebbe poco. Basteresti tu.
Anche se tu poco non sei.

Che strano percorrere queste strade senza di te. Viaggiare da sola su un'autostrada che tante volte ci ha visti insieme....
06/10/2017

Che strano percorrere queste strade senza di te. Viaggiare da sola su un'autostrada che tante volte ci ha visti insieme. Incazzati, innamorati, a f***e velocità. E poi leggere il nome della città che ci ha legati così tanto. E che ha finito per renderci lontani fino a perderci. Fino a dimenticarci. Fino a volerci così male.
Allora mi guardo intorno adesso e mi rendo conto che tutto cambia. Le persone, i luoghi, i destini. E poi l'amore. E quando cambia l'amore, inevitabilmente, anche tu non sei più lo stesso poi. E ti svuoti sempre un po'. Come se amare fosse tutto ciò che serve.
Mi accorgo solo ora che percorrere queste strade, adesso, non fa poi così male. E che le cose belle prima o poi finiscono. E allora penso che anche se questa strada adesso non mi porterà da te, in fondo, è stato bello viaggiare insieme. Perché non conta sempre dove si va, se si arriva, quanto tempo si impiega. A volte il viaggio vale molto di più.

Credevo fosse un giorno qualunque.Sono uscita di casa, come sempre. Ho rincorso l'autobus, come sempre. Ho pensato a te,...
27/09/2017

Credevo fosse un giorno qualunque.
Sono uscita di casa, come sempre.
Ho rincorso l'autobus, come sempre.
Ho pensato a te, come mai?
Mi sono chiesta come sia diventata la tua vita. Dopo di me, intendo.
Hai fatto un viaggio? Hai incontrato nuova gente? Hai fatto l'amore in macchina?
Mi sono chiesta se hai trovato un nuovo lavoro, se hai cambiato taglio di capelli, se hai ancora quel profumo buono nascosto in macchina. Ho provato anche a tornare nella tua città, quella che ti ha accolto come un figlio. Uno di quelli ribelli e scapestrati che una madre riesce comunque ad amare incondizionatamente. Ho pensato a cosa avresti potuto dire vedendomi là. E la cosa peggiore che mi sono risposta è stata il silenzio. Quello pesante, intriso di rabbia e rimprovero. Come l'ultima volta che siamo stati insieme. Quando ho capito che non ero pronta ad amare ancora. Quando, guardandoti, mi sono chiesta cosa potevamo essere io e te. E non ho mai trovato la risposta.
Ho pensato a quanto mi avrebbe fatto male la tua indifferenza. Il disprezzo mal celato nei tuoi occhi.
Da sola, in quel binario che conosciamo bene, ho avuto paura. Salire su quel treno avrebbe significato essere disposta a tornare indietro. Tornare ad essere quella che non sono ma che è stato bello essere per un po'. Tornare in una città che ha visto il nostro amore spiccare il volo per poi schiantarsi al suolo. Avrebbe significato ammettere che un po' mi manchi.
E allora, per una volta, non ho corso. Sono rimasta a guardare. Ed ho capito che è solo così che si impara. Perdendo qualche treno ogni tanto. Perdonando le nostre debolezze. Accettando i nostri dubbi. I limiti. I colpi di testa.
E non mi sono sentita quella sbagliata, stavolta. Non mi sono rimproverata ma ho provato una grande tenerezza per quella ragazza, seduta da sola alla stazione. Le avrei voluto dire che il treno giusto prima o poi arriva. Che l'amore non deve essere rincorso. Che fingere che non faccia male non è sempre la soluzione migliore.

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