04/07/2023
La Colombia nata il 5 settembre del 1993
morì il 22 giugno 1994, poche ore prima di scendere in campo per la seconda partita contro gli States.
Un fax anonimo raggiunse l’albergo degli uomini di Maturana intimando di non schierare Gabriel Gómez. Quel fax non presagiva contestazione, ma preannunciava morte, il monito era associato ad una minaccia chiara e dettagliata.
Avesse giocato sarebbero state fatte saltare in aria la sua casa e quella del Commissario Tecnico.
In quel momento non c’era più calcio, non c’era più la favola del Monumental con i cinque palloni rifilati all’Albiceleste, non c’era passato ed era morto il futuro della Colombia.
In quei momenti, con Gómez che rientrava distrutto in un paese dominato dai Narcos, iniziava il conto alla rovescia che separava Andrès Escobar dalla propria morte.
La sconfitta con la Romania mi sorprese, la squadra di Maturana nelle qualificazioni mi aveva fatto impazzire. Valderrama, Valencia, Faustino Asprilla e Freddy Rincón, era una squadra f***e e talentuosa anarchica e musicale.
Ma negli Stati Uniti arrivò una compagine spaccata dalle pressioni di una nazione maledettamente complessa che fece arrivare i Los Cafeteros a quel mondiale non come favoriti ma sull’orlo di una crisi di nervi, con l’alone della minaccia e della morte che accompagnò quella squadra dall’inizio alla fine e ancora e ancora e ancora.
Al minuto 34 della seconda partita del girone, quella contro gli States padroni di casa, su un cross relativamente innocuo proveniente da sinistra il leader della difesa colombiana, Andrés Escobar, cercando di intercettarne la traiettoria intervenne con l’interno destro in spaccata, fottendo Cordoba, il proprio portiere, e la propria vita.
Il pallone rotoló in fondo alla rete e in quel momento iniziò a delinearsi il futuro della squadra di Maturana e quello di Andrès.
Gli USA raddoppiarono ed i colombiani prepararono le valigie, eliminati matematicamente nonostante la successiva vittoria con la Svizzera.
Il rientro in patria fu una sorta di romanzo scritto da Gabo, Gabriel Garćia Márquez, un Cronaca di una morte annunciata riadattato a quella storia di autogol e delusione, sconfitta e dramma sudamericano.
Troppe scommesse p***e, troppe aspettative disattese, troppa rabbia, qualcuno avrebbe pagato, lo sapevano tutti, mancava il quando e il dove, non il perché, ed il chi sembrava essere troppo scontato, come nel romanzo.
Le risposte arrivarono tutte assieme in una notte calda e maledetta, quella del 2 luglio. Una manciata di ore dopo la partita con gli States. Undici giorni.
Alcuni calciatori avevano la scorta, altri la rifiutarono orgogliosamente.
Andrès era tra questi.
Un locale, mostrandosi con lo sguardo fiero di chi non aveva nulla da rimproverarsi e con coraggio al suo popolo, alla sua gente.
Sempre a testa alta Andrè, come quando guidava la linea, tosto e con la coscienza immacolata.
Un insulto, due, tre. E l’anima orgogliosa del ragazzo di Medellin uscì prepotentemente fuori, si ribellò agli insulti della sua gente, della sua città.
“ Hijo de puta” tre parole pronunciate e la vita che finisce lì, crivellato dai proiettili. Scommesse o una semplice lite all’esterno di un locale, poco importava allora e poco importa oggi.
La Colombia lo salutó come un eroe Andrès, Medellin pianse lacrime infinite portandosi addosso il rimorso per non aver saputo proteggere uno dei suoi figli migliori.
McBlu76