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ma io mi chiedo, a quel demente non è venuto in mente di invertire l'ordine dei fattori? cioè suicidati prima te, piutto...
01/12/2024

ma io mi chiedo, a quel demente non è venuto in mente di invertire l'ordine dei fattori? cioè suicidati prima te, piuttosto che ammazzare prima la compagna, purtroppo episodi di follia come questi a mio modo di vedere sono lo specchio di una profonda ignoranza che sta man mano contaminando questo paese.

Femminicidio in Trentino uccide la compagna e si impicca, si stavano separando. La donna uccisa con una coltellata alla gola, il corpo trovato dalla mamma

08/11/2020

LA FESTA
"Credevo di avere un rapporto più umano con te" le disse Mario mentre
sfilava la sua mano, da quella di sua madre dopo averla salutata.
Era appena scappato di corsa, con la camicia madida di sudore, da una festa
di una amica di sua madre, nella fretta di allontanarsi adducendo un futile
motivo che nascondeva a malapena il malessere che aveva in quel momento,
si era dimenticato di chiudere bene la porta dell'ascensore del condominio.
Il custode, mentre l'ascensore arrivava dal piano superiore a pianterreno,
nella parte scoperta dell'androne delle scale, lo aveva visto e con lo sguardo
sembrava volerlo rimproverare.
Il portinaio era vestito con una camicia bianca a maniche corte, teneva i
capelli a spazzola e aveva in mano un walkman.
Appena arrivato alla fine della corsa, aveva chiuso di fretta la porta
dell'ascensore e senza guardare negli occhi il custode era riuscito ad uscire
dal condominio.
La festa di questa amica di sua madre era noiosissima, c'erano anche i suoi
due figli, coetanei a lui, che durante tutto il tempo in cui erano stati insieme
non avevano fatto altro che farsi selfie e guardare le foto sul cellulare che
avevano postato sui più disparati social network.
Non si riconosceva in questa gioventù iperconnessa e fanatica di facebook,
lui preferiva essere visto e conosciuto dagli altri così come era in carne ed
ossa, con i suoi difetti fisici, preferiva da sempre la contaminazione del
contatto fisico alla asettica realtà virtuale.
Qualsiasi cosa era meglio di quella festa, ma anche di tutte le altre feste, cui
lo invitavano di continuo persino i suoi compagni di classe, feste inutili e
noiose in cui ciascuno non faceva altro che guardare il suo smartphone
senza interagire.
Persino il mendicante che incrociava tutte le mattine sul portone della
chiesa andando a scuola era più simpatico e socievole dei suoi compagni di
classe.
Si ripromise di non andare mai più a nessun'altra festa di classe.
Non era fidanzato, la sua precedente ragazza non l'aveva mai conosciuta
veramente.
Si esprimeva con monosillabi e stava lunghe ore da sola a guardare le
immagini che scorrevano dal suo smartphone come inebetita.
Il mondo di internet aveva permeato la sua vita e la vita di tutti, però aveva
smaterializzato le amicizie, rendendo sterili i sentimenti e lui aveva
soprattutto bisogno di amore ed amicizia.
Il problema era che ora internet condizionava la vita di tutti ma proprio tutti:
padri, figli, nonni, fratelli e sorelle.
Sua madre per esempio aveva sorpreso più di una volta suo padre a chattare
con il notebook con una sua vecchia fiamma, fidanzata ai tempi del liceo.
Se non lo aveva ancora lasciato era per un sostanziale motivo:c'erano troppe
piante belle da curare nel balcone di casa sua, per lasciarle alla incuria del
marito.
Del fratello di quattro anni più grande di lui si erano p***e definitivamente le
tracce da tempo.
Dopo la laurea in Architettura era andato a vivere in Australia, si era poi
trasferito là in pianta stabile e prima grazie ad una borsa di studio ed in
seguito un lavoro che gli permetteva di mantenersi, era praticamente
scomparso dalla loro vista.
Nei primi anni in cui viveva in Australia, si erano tenuti in contatto tramite
skype, poi in seguito avevano sempre più diradato gli incontri, limitandosi a
vedersi in occasione delle sole festività di natale e pasqua.
All'alba dei diciotto anni Mario era arrivato ad alcune poche ma chiare
certezze.
Il mondo si divideva in alcune categorie, c'erano i ricchi e i poveri, prima di
tutto.
I primi avevano fatto fortuna creando spesso degli imperi dal nulla, mettendo
in piedi multinazionali partendo da start up, idee innovative o altro.
Erano spesso in grado di vivere nel lusso e a volte vivevano di rendita
sfruttando le persone cui davano lavoro in cambio di una paga appena
sufficiente a vivere.
C'era poi la seconda categoria quella dei poveri che comprendeva italiani e
stranieri, all'interno di questa categoria bisognava fare delle distinzioni circa
il modo con cui si procuravano da vivere.
C'era chi era disposto a tutto pur di guadagnare qualcosa, chi preferiva la
disoccupazione.
C'erano i lavoratori onesti che pagavano le tasse, c'erano i disonesti, c'era
chi nel lavoro era disponibile a sporcarsi le mani, chi preferiva lavorare senza
compromettersi, c'erano i furbi e gli ingenui.
E poi c’era lui:il mendicante della chiesa, come faceva a vivere? Viveva di
rendita e faceva il buffone fingendosi povero? O era povero veramente?
Lui essendo ancora studente non sapeva se in futuro sarebbe appartenuto
alla categoria dei ricchi o a quella dei poveri, non ne aveva ancora la
consapevolezza e non sapeva soprattutto ancora cosa il destino gli avrebbe
riservato, da un punto di vista strettamente lavorativo e professionale.
In ogni modo avrebbe fatto il possibile per mantenere la sua dignità di uomo,
come gli avevano insegnato i nonni fin da quando era piccolo.
LA SOCIETA' LIQUIDA
Si era spesso fermato in quella chiesa che incontrava andando a scuola.
Lasciava sempre qualche soldo, spiccioli che prendeva dalla sua
paghetta,ad un mendicante che sostava presso il portone della chiesa.
Il mendicante, un signore di età avanzata, più di una volta lo aveva
sollecitato ad esprimere un suo parere sui fatti di attualità politica, su Trump
per esempio, lui però non si era mai intrattenuto a parlargli, a condividere
qualche idea, limitandosi a consegnargli la sua elemosina con un sorriso
forzato.
All'interno della chiesa, dove Mario entrava per dire una preghiera, nelle
prime ore del mattino c'erano i soggetti più disparati, era uno spaccato più
che verosimile della società moderna.
C'era l'invalida che guardava a destra e sinistra in cerca di qualcuno che la
accompagnasse fuori dalla chiesa, c'era la solita vecchina devota che
accendeva candele in continuazione, c'era il manager stressato che a fatica
riusciva a trovare il tempo per recitare un pater nostro, sembrava di trovarsi
dentro un gigantesco acquario dove anzichè pesci vagavano uomini e donne.
Nel rapporto con queste persone, in questi incontri occasionali come con il
mendicante della chiesa ma anche nei rapporti consolidati con i compagni di
classe non gli era ancora chiara una cosa.
Erano gli altri a fagocitarti per renderti simile a loro o era l'ambiente
circostante che influiva sulla tua personalità, deformandola, rendendola
simile ed omologata a quella di tutti gli altri.
L'identità era qualcosa da difendere da soli oppure bisognava sempre
cercare dei compromessi? ammorbidire i lati spigolosi del proprio carattere
per farsi quanti più amici possibili?
per esempio quel giorno in chiesa il mendicante lo aveva salutato come al
salito, ma lui gli aveva risposto di malavoglia, con un cenno del capo poi
l'invalida gli aveva chiesto di accompagnarla alla fermata dell'autobus ma lui
si era rifiutato.
Perchè?Perchè?Perchè si era nascosto alle loro richieste d'aiuto? per
orgoglio, timidezza o per semplice pigrizia?
Di certo Mario sapeva una cosa: le persone, i loro comportamenti sono il
frutto delle scelte fatte nella vita, dei torti o dei favori avuti dal destino, per
questo così tanti andavano in chiesa per chiedere misericordia al Signore
delle loro minorazioni e delle loro debolezze.
COMPAGNI DI CLASSE
Che dire della sua classe, la quinta A del liceo classico Ovidio, era formata
da 24 alunni, equamente divisi tra ragazzi e ragazze.
C’era Gianni il suo più grande amico con spiccata predilezione per le materie
scientifiche, lui preferiva di gran lunga le materie umanistiche: italiano e
storia, quindi si compendiavano a vicenda,infatti erano in banco vicini e
quello che non sapeva uno lo sapeva l’altro.
C’era Gloria la loro vicina di banco con la testa sempre tra le nuvole, era
capace di entusiasmarsi per un nonnula, così come di abbattersi per una
inezia: il rimprovero di un professore, una nota sul registro.
C’era Giampiero il secchione della classe, bravo in tutte le materie, ma
soprattutto in matematica, aspirante ingegnere, chissà se tutta questa sua
sicurezza si sarebbe davvero tradotta in realtà o lo avrebbero trovato una
volta diplomato a dare ripetizioni di matematica a qualche alunno incapace e
ripetente delle classi inferiori.
C’era Luigi lo spaccone della classe, capace di prendere almeno la
sufficienza in tutte le discipline, ottenendo sempre il massimo risultato con il
minimo sforzo ed eccellere in particolare in educazione fisica.Alto un metro
e novanta, di corporatura robusta gli piaceva praticare un pò tutti gli sport,
ma soprattutto quelli estremi: parapendio, freeclimbing,kytesurfing.
In tutti questi sport si era già brevettato.
Insieme a Gianni e a Luigi, Mario aveva costituito una band, infatti suonava la
chitarra, una fender telecaster, che gli aveva regalato suo padre al
compimento del diciottesimo anno di età.
COMPITO IN CLASSE
Quel lunedì mattina Mario aveva il compito in classe di matematica, con
problemi concernenti le equazioni,era indubbiamente la sua materia
sfavorita.
Mario andava di fretta, la sua mente era distratta e piena di preoccupazioni.
Passando accanto alla chiesa non potè fare a meno di accorgersi che il
mendicante portava a tracolla una chitarra acustica.
Forse era un modo come altri per allietare i passanti e raccogliere più offerte,
oppure serviva solo a lui per tenersi compagnia durante le lunghe ore di
attesa presso il portone della chiesa.
Mario, pur andando di fretta, nel timore di arrivare oltre il suono della
campanella a scuola, non p***e l’occasione e disse al mendicante:” Signore,
se le interessa, io e la mia band suoniamo al Blue note venerdì sera, il
concerto è gratuito, se vuole portare anche qualche suo amico amante della
musica rock”, il mendicante gli rispose, sorridendo sotto i baffi ed alzando il
ma**co della chitarra:”non mancherò” e gli fece un cenno del capo per
ringraziarlo della consueta offerta di denaro che Mario gli offrì.
LA SCOPERTA
La mattina dopo il concerto Mario stava passando ancora nei pressi della
chiesa, per andare a scuola, la testa immersa in mille pensieri, angustiato
più che altro dall’esito del compito in classe i cui elaborati sarebbero stati
consegnati quella mattina stessa.
Certo non pensava più al concerto, tanto sapeva che al più avevano fatto la
figura dei soliti giovani sfigati e poi quando potevano trovarsi a suonare, a
fare le prove dei concerti con tutti i compiti in classe ed interrogazioni che
avevano?
Appena il mendicante incrociò gli occhi di Mario, incominciò:” gli uomini
nuovi sono sparsi in tutta la terra, alcuni sono difficilmente riconoscibili, ma
altri possiamo riconoscerli ogni tanto, i loro occhi, le loro facce sono diverse
dalle nostre, più forti, più liete, più raggianti,sono riconoscibili ma dobbiamo
sapere cosa cercare, non attirano l’attenzione su di sè, tu immagini di fare
loro del bene, mentre sono loro a fartene, in sostanza ti amano più di quanto
ti amino tutti gli altri uomini.......” sul momento Mario pensò di liberarsi da
quella situazione imbarazzante, dando al mendicante la sua solita offerta,
non capiva se quelle parole fossero sincere o frutto di una mente già
annebbiata dall’alcool di prima mattina, ma il mendicante continuò
imperterrito, fissandolo negli occhi.” Quando abbiamo riconosciuto un uomo
nuovo, riconoscere il successivo ci riesce molto più facile ed io credo che
essi si riconoscano tra di loro immediatamente al di là di ogni barriera di
sesso, classe, età o estrazione sociale,dicono che due persone simili si
riconoscono subito al primo sguardo, ecco ragazzo quando ti ho sentito
suonare ieri sera la chitarra in quel locale ti ho subito sentito simile a me, ti
ho riconosciuto come un fratello, ho immediatamente percepito la portata
del tuo talento.
Ragazzo tu sei giovane, hai ancora davanti una vita fatta di delusioni e
soddisfazioni, vittorie e rimpianti, ma quello che ti chiedo con tutto il cuore è
di conservare il tuo talento come un dono divino, conservalo ed alimentalo
nutrendolo di cose belle, tenendoti il più lontano possibile dalle brutture e
dalle nefandezze di questo mondo.
Anche oggi pomeriggio, se vuoi, dopo la scuola, se non hai compiti o altro da
fare, se vuoi che ti parli un pò della mia vita, a me fa molto piacere, vivo da
solo, io abito dall’altra parte del ponte da dove arrivi per andare a scuola.
Non puoi sbagliarti, è una casa piccola e bassa, viale Liguria numero 9.
Mario rimase sconcertato dalle parole del mendicante, nessuno si era spinto
così in là con i complimenti, nessuno gli aveva dato del ragazzo talentuoso
prima di allora, nè suo padre, nè i suoi compagni di classe, nemmeno la sua
fidanzata nei momenti di maggiore intimità che avevano vissuto insieme.
Mario era dibattuto, avrebbe potuto fare finta di niente e continuare la sua
solita vita, oppure avrebbe potuto andare a trovare questo signore e chissà
magari aprirsi a nuove prospettive, imparare qualcosa di diverso da quello
che studiava tutti i giorni sui libri di scuola.
MA TU CHI SEI VERAMENTE?
Fu così che quel pomeriggio Mario decise di andare a trovare il mendicante
della chiesa di San Luigi.
A sua madre disse che si trovava con gli amici a suonare in sala prove.
Appena giunse al numero civico 9 di Viale Liguria, il mendicante lo accolse
sul portone.
“Sapevo che saresti venuto” gli disse “ prego entra pure a casa mia e prima di
tutto presentiamioci....” il mendicante viveva in un monolocale a pianterreno
di una piccola palazzina e lo accolse in un angusto soggiorno, dove c’era un
divano, due poltrone, un tavolo e la televisione.
“ il mio nome è Antony e tu?”Mario si presentò brevemente ed accolse con
piacere un bicchiere di coca cola che Antony gli offrì appena si sedette.
“Vedi Mario, io sono originario degli Stati Uniti, ma vivo qui in Italia ormai da
più di vent’anni, prima convivevo con mia moglie e mia figlia, adesso da un
paio d’anni vivo da solo, Mario anche io da giovane suonavo la chitarra, una
Fender Telecaster come la tua.
La mia prima chitarra costava una fortuna per l’epoca, allora vivevo con i
miei genitori a Dallas.
Avevo risparmiato metà del suo valore in un salvadanaio, facendo i lavori più
umili, mia madre se ne era procurati altrettanti, contraendo un prestito da
una società finanziaria.
I miei genitori, pur lavorando, chiedevano prestiti continuamente, ne
estinguevano alcuni per contrarne altri subito dopo.
Si viveva nella miseria anche in quegli anni, parlo degli anni ‘60 e nonostante
vivessimo in America dove tanti emigrati, anche italiani erano venuti nella
speranza di trovare un lavoro ben remunerato.
Mi ricordo ancora quel giorno che acquistammo la chitarra, era il 2 aprile
1967. Appena entrati in negozio il titolare dell’esercizio prese la chitarra
dalla vetrina e la infilò in una custodia di finta pelle.
Poco dopo io e mia madre eravamo in macchina diretti a casa, con la mia
prima chitarra elettrica.
Era mia, credo di non avere più provato una gioia come quella in tutta la mia
vita.
Tornai a casa, cercando di passare inosservato, come se nascondessi tra le
mie braccia, un tesoro, uno scrigno pieno di monete d’oro, non volevo
assolutamente che i vicini di casa mi vedessero.
Dopo avere trascinato la chitarra su per le scale, fino al terzo piano dello
stabile dove allogiavamo, mentre mia madre si era fermata a parlare con una
vicina di casa, chiusi la porta della mia camera alle spalle.
Mi sedetti sul letto e me la misi sulle gambe in una specie di adorazione
feticistica.
Da che parte si incominciava ad usarla?
Collegai il vecchio amplificatore che già possedevo ed il minusocolo
altoparlante da dodici centimetri prese vita con un ruggito.
Le corde erano dure come fili del telefono, per fortuna la distanza dei tasti
consentiva di mantenere una intonazione con la pressione minima della dita.
I primi tempi mi limitai a fare rumore strimpellando ad orecchio.
Mi concentravo per lo più sulle corde basse, con le quali provavo a produrre
un suono ritmico.Faceva molto male perchè i polpastrelli non erano abituati
a fare quegli sforzi su quei cavi tesi sopra una scatola di legno.
Le prime volte mi alzavo in piedi e mi sistemavo di fronte allo specchio, con
la chitarra a tracolla penzolante davanti al bacino.
Mi guardavo nello specchio e sognavo, fantasticavo con la mia mente, non ho
più fantasticato così.
Si era fatto tardi e mi dovetti congedare da Antony, non perchè la sua storia
fosse noiosa anzi, ma soprattutto perchè i miei genitori avrebbero
incominciato ad insospettirsi e poi avrebbero magari chiamato al telefono
Gianni o Luigi o i loro genitori ed allora sì che sarebbero sorti seri problemi.
Salutai Antony con la speranza di rivederlo presto.
LA STORIA CONTINUA
Il giorno dopo Mario non passò dalla chiesa o meglio fece un altro giro perchè
la sua classe fu coinvolta in una visita al museo della Scienza e della Tecnica
insieme alle altre quinte della scuola.
Ma anche quella mattina la sua mente era altrove, aspettava con ansia di
rivedere Antony nel pomeriggio.
Antony, gratificato dalla presenza di Mario e confortato dal fatto che
finalmente ci fosse una persona, pur se ingenua, disposta ad ascoltarlo,
riprese il suo racconto:
“Logica conseguenza della mia nuova passione per la chitarra fu che ben
presto conobbi un giovane tastierista, un bassista e un cantante e
costituimmo un gruppo rock, ci esibivamo anche noi come voi in pubblico,
ma a differenza di voi noi venivamo chiamati per lo più a feste private o in
occasione di matrimoni, feste di laurea, addi al celibato, inaugurazioni di
centri commerciali, feste di quartiere, suonammo anche in ospedali o beach
club, qualunque luogo, occasione era buona per diffondere la nostra musica,
come la buona novella dei Vangeli.
Il brano che tutti gli aspiranti chitarristi dell’epoca si sforzavano di imparare
era LET IT BE dei Beatles, un pezzo musicale molto rudimentale, in teoria alla
portata anche dei più imbranati, ma se suonato decentemente era un
incredibile successo, capace di trascinare nella danza chiunque, capace di
fidanzare anche i più impacciati dei miei coetani di allora.
Ecco i Beatles, allora la musica ed i gusti musicali di tutti erano
monopolizzati da due-tre gruppi, non come oggi ragazzo, e i gruppi erano
questi: i Beatles, i Rolling Stone e Bob Dylan.
La prima volta che sentii i Beatles ero in macchina con mia madre, tanto per
cambiare, l’autoradio sembrava impazzita, incapace di trattenere il sound e
le armonie di I WANT HOLD YOUR HAND.
Cosa rendeva quella musica così diversa e straordinaria, rispetto ai comuni
rock and roll?
Perchè io e i miei amici eravamo così felici quando la ascoltavamo? Ci
abbrcciavamo, ci baciavamo senza motivo.
Il primo disco che trovai dei Beatles in negozio fu una fregatura.
Il gruppo si limitava ad accompagnare un cantante sconosciuto in un brano
di cui non ricordo nemmeno il titolo.
Dopo avere acquistato questo disco tornai al negozio tutti i giorni a verificare
se era arrivato il loro primo album, finchè dopo tanta attesa finalmente il
disco uscì e lo comprai con enorme soddisfazione.
I Beatles finalmente sulla copertina di un disco prodotto da loro.
Quei quattro volti nella penombra: il monte everest del rock and roll.
E poi come non dimenticare l’acconciatura dei loro capelli.
Avere i capelli così lunghi come i loro significava dalle mie parti e per i miei
tempi, essere presi a botte, insultati, minacciati, emarginati.
Negli anni a ve**re solo la rivolta Punk avrebbe permesso ai ragazzi di una
cittadina, di dichiarare fisicamente la loro diversità ribelle.
Anche nella nostra scuola adottammo lo stile e l’acconciatura dei Beatles,
ma a che prezzo: insultati se non picchiati dai nostri coetanei, rinnegati
persino dai nostri genitori.
Mio padre non mi rivolse per un pò di tempo la parola finchè una sera non mi
chiese accigliato: “ non sarai mica un omosessuale?”.
Tutti i giovedì sera, in camera mia, ascoltavo alla radio la top 20 della
settimana, dove regolarmente i beatles venivano incoronati primi in
classifica.
Incollato alla radio o seduto davanti alla televisione aspettavo le prime note
confortanti di quel basso Hofner e di quelle chitarre Rickenbacker e Gibson.
Un giorno riuscii persino ad essere arrestato, colto in flagrante mentre
rubavo di nascosto un libro, una autobiografia dei Beatles. Pochi spiccioli in
tasca, niente documenti ce n’era abbastanza per sbattermi al fresco. Mia
madre venne a prendermi in prigione, pagò la cauzione e mi riportò a casa.
Dopo Dio il premio della immortalità se lo erano guadagnato solo loro:i
Beatles.
Era il 30 gennaio 1969 quando i Beatles, con l'aggiunta del tastierista Billy
Preston, sorpresero la città di Londra con un concerto improvvisato sul tetto
dell'edificio che ospitava gli uffici della Apple Corps al n° 3 di Savile Row. In
42 minuti,in quella che fu la loro ultima esibizione in pubblico i Beatles
suonarono nove battute di cinque loro canzoni prima di ve**re interrotti dalla
polizia, chiamata da alcuni residenti infastiditi dal rumore e dalla folla che si
era radunata ai piedi dell'edificio.
Sull’onda dell’entusiasmo procuratomi dalla musica dei Beatles, i primi anni
mi massacrai le dita, facendole letteralmente sanguinare, componendo un
repertorio di canzoni strampalate e senza senso, per lo più arrangiamenti di
canzoni di altri gruppi come appunto i Beatles, finchè un giorno il caso non ci
mise lo zampino.
Il caso, Mario, entra nei nostri progetti e li modifica, più in generale
bisognerebbe dire che delle volte noi con il caso ci giochiamo, ci fa comodo,
altre volte lo subiamo.
A me piace giocare, per anni mi hanno fatto giocare a dadi, quando avevo
bisogno di soldi, prima che mi mettessi davanti alla chiesa a raccogliere
l’elemosina.
Ma questo Mario fa parte di una altra storia, se hai la pazienza e la voglia di
venirmi a trovare qualche altra volta posso raccontarti, chissà che magari
tutto questo possa servire anche a te, alla tua futura carriera di chitarrista?
Antony mi guardò negli occhi, si era fatto veramente tardi, dovevo tornare a
casa al più presto, attraversare il ponte che divideva casa mia da casa di
Antony, correre in fretta, arrivare a casa mia entro l’ora di cena.
LA RUOTA GIRA
Mario aveva approfondito mentalmente quello che Antony gli aveva
confidato i giorni precedenti, ma si era tenuto dentro tutto senza rivelare
nulla nè ai suoi compagni di classe nè tantomeno ai suoi genitori.
Quella mattina non andò a scuola non si sentiva bene, ma al pomeriggio
come al solito non mancò il suo appuntamento con Antony.
Alla mamma come scusa disse che si vedeva con una sua compagna di
classe a studiare latino.
“dove eravamo rimasti Mario......-Antony cercò di ricordarsi, appena mi videah
sì adesso mi ricordo c’eravamo fermati a parlare del caso,l’imponderabile,
quello che cambia i destini dei popoli e delle singole persone,allora Mario ti
stavo dicendo che dopo un pò di gavetta, dopo avere fatto da supporter a
gruppi musicali più rinomati come gli halloween o gli intrepidos e avere
calcato gli stessi loro palchi, un giorno un mio amico che lavorava in una
casa discografica volle presentarmi ad un produttore musicale, il suo nome
era Matthew ed era produttore della Columbia Records con uffici a Dallas.
Quel giorno nel bar dove ci trovavamo a bere un caffè il mio amico, esagerò
con i complimenti, presentandomi come il secondo avvento di Cristo.
Il produttore era un vecchio signore che sapeva tutto o quasi della musica di
quegli anni e degli anni passati.
Vi sono persone che sanno tutto ma che non sanno di niente e vi sono
persone che non sanno niente ma che hanno un sapore meraviglioso, perchè
la loro personalità affascina chiunque l’incontri.
Ecco il produttore musicale,Matthew, era una di queste persone, il silenzio
che era dentro di lui lo rendeva capace di una accoglienza profonda e
partecipe.
Anche se non diceva nulla di particolare, era il suo sguardo a parlare: vieni ,
accomodati, c’è spazio per te dentro di me.
Paradossalmente io mi sentii amato da lui, prima che valutato e
musicalmente giudicato.
Quel giorno il produttore mi fissò un appuntamento presso la casa
discografica per un provino musicale a cui a scelta mi sarei potuto
presentare da solo o con qualche altro componente della band.
Al provino ci presentammo in due: io e il cantante.
Matthew si rilassò sulla sedia, incrociò le mani dietro la testa e ci chiese
sorridendo:”Fatemi sentire qualcosa”.
Mi accomodai di fronte a lui e gli suonai LIKE A ROLLING STONE di Bob
Dylan.
Alla fine sollevai la testa, guardando compiaciuto il cantante.
Matthew sorrideva e ci disse” la Columbia Records vi vuole”.
Una canzone, non ci volle altro.
Sentii il cuore gonfiarsi nel petto, misteriose particelle danzare sotto la pelle,
stelle remote accendermi le terminazioni nervose.
“Era splendida-continuò Matthew-fatemi ascoltare qualcos’altro”.
Suonai I WANNA HOLD YOUR HAND.
Matthew parve conquistato e sottolineò l’assenza di clichè nella nostra
versione del brano dei Beatles, ci chiese se sapevamo suonare qualcosa di
nostro e disse che Mike Philips un altro produttore avrebbe dovuto
assolutamente sentirci.
Agli artisti ingaggiati da Matthew per la Columbia non era andata sempre
bene, perciò all’epoca l’ultima parola spettava a Mike.
Matthew espresse infine il desiderio di sentirci in una sala di registrazione.
Ci infilammo nell’ascensore della Columbia e non appena usciti dal palazzo
che ospitava i loro uffici, ci abbandonammo alla gioia.
Eravamo saliti in paradiso e gli dei ci avevano detto che potevamo
considerarci loro amici.
Mario ebbe un improvviso flash back, quella uscita dall’ascensore di Antony
e del suo cantante, gli ricordò quel giorno,nemmeno tanto lontano, in cui
anche lui era uscito da un ascensore, guardato in cagnesco dal custode, per
fuggire il più lontano possibile da quella odiosa festa!
Altre circostanze, altre sensazioni, altri tempi!!
Antony si accorse della momentanea distrazione di Mario, ma la attribuì
all’incantesimo prodotto dalle sue parole e continuò nel suo racconto.”Dopo
tanti anni di attesa e di fatica per centrare un obiettivo che forse non
avremmo mai raggiunto, finalmente ce l’avevamo fatta, il primo mattone del
tempio dei nostri sogni era stato posato.
Con la chitarra -la spada che avevamo estratto dalla roccia- orgogliosamente
a tracolla, feteggiai insieme al cantante con un cheeseburger da Mac Donald,
poi camminando ad un metro da terra, raggiungemmo le nostre abitazioni.
Avevo 22 anni.
Un pomeriggio di una frizzante giornata primaverile, gli Iron & Fire, a
proposito Mario non ti ho ancora detto come ci chiamavamo, si presentarono
al primo studio di registrazione professionale che avessero mai conosciuto.
Pannelli di legno, piante finte dappertutto, era il classico ritrovo per rockstar
e band.
Per la Columbia Records incidemmo una demo con tre dei nostri brani
migliori.
La prima volta che senti la tua musica su un nastro professionale inizi a
sudare freddo e di viene voglia di uscire dalla sala di regsitrazione
strisciando.
Nella mente e nei sogni l’ effetto è sempre migliore rispetto che alla fredda
luce di uno studio.
Il tuo vero sound è quello e ti schiaccia con un peso da un quintale.
All’improvviso ti rendi conto di essere un cantante meno straordinario
oppure un chitarrista meno dotato e naturalmente anche un tipo meno
attraente di quanto pensavi prima.
Il nastro se ne frega delle illusioni che ti sei fatto per farti coraggio, devi
abituarti a questa nuova consapevolezza.
Una volta completato il demo non ottenemmo però alcun contratto
discografico.
Ci offrirono un anticipo ma nulla di veramente serio.
Ci fu offerta però la possibilità di suonare regolarmente in un locale, uno dei
club fuori dalla città.
Con il tempo riuscimmo a costruirci un nostro zoccolo duro di fans che ci
seguiva dappertutto.
I mei genitori li vedevo di rado tra prove dei concerti, esami alla università e
concerti veri e propri.
Dopo un pò di tempo ci accorgemmo però di essere arrivati ad un punto
morto.
Dato per assodato che l’università e in particolare filosofia,che frequentavo,
non mi avrebbe dato la possibilità di avere un lavoro ben retribuito in tempi
più o meno brevi, la musica avrebbe potuto per me come per gli altri
componenti della band rappresentare davvero la vera occasione per
guadagnare.
Così senza soldi, senza ingaggi retribuiti decidemmo di partire.
Volevamo che ci scoprissero anche altrove, in altre città e pur non
dispondendo di alcuna base finanziaria ma solo di un fugone scassatissimo di
uno dei componenti della band, decidemmo di partire per Los Angeles.
Tutti noi sapevamo che c’erano già troppe band in circolazione perchè
trovassimo davvero qualcuno disposto a pagarci per suonare.
Ma fummo fortunati.
La prima data ufficiale fu un concerto gratuito in una scuola, in un Istituto
tecnico come supporter di jerry lewis, all’apice della sua carriera di comico
di successo.
L’auditorium era gremito, fu una performance breve ma esaltante.
Io avevo la mia chitarra nuova, un ibrido anni 50 composta dal corpo di una
telecaster e dal ma**co di una esquire che avevo appena comprato per 100
dollari dal mio preferito negozio di strumenti musicali.
Con il suo corpo di legno rovinato come un pezzo di croce mi avrebbe
accompagnato per i successivi 5 anni.
Suonammo dal vivo alcuni brani riarrangiandoli in chiave rock-blues, per la
prima mezz’ora tutto filò liscio, finchè qualcuno non mi toccò la spalla
mentre ero nel pieno di un assolo, dicendomi che dovevamo finire al più
presto.
Avevano deciso che il tempo a nostra disposizione era finito.
Scendemmo dal palco tra moderati applausi, il primo passo era fatto, ma ne
rimanevano altri mille ancora da fare.
Viaggiavamo, dormivamo dove ci riusciva, anche nei motel più infimi o a casa
di ragazze incontrate in città, viaggiavamo e suonavamo.
All’apice del nostro successo, ci toccò di aprire in concerti di Chuck Berry o
Jackson Brown, suonammo sugli stessi palchi di Lou Reed, a volte ci
applaudivano, a volte ci fischiavano, a volte ci toccava addirittura schivare
le bottiglie lanciate dal pubblico.
Fummo bravi e fortunati a procurarci date nei posti più disparati: in saloni di
automobili, addirittura all’interno di carceri, mi ricordo ancora adesso
quando suonammo ad Alcatraz,quel giorno che inaugurarono una nuova ala
del carcere.
Niente orari d’ufficio, soltanto un lungo week end di sette giorni, spesso
faticoso ma maleddettamente serio.
L’hotel più schifoso era comunque un passo avanti rispetto all’appartamento
dove abitavo a Dallas con i miei genitori.
Avevo 23 anni e ci guadagnavamo da vivere suonando.
C’è una ragione se lo chiamano SUONARE E NON LAVORARE.
Suonare è un piacere e un privilegio che ti riempie di vita, gioia e sudore, che
ti massacra i muscoli e la voce,ti schiarisce la mente, ti sfinisce e ti
rinvigorisce l’anima, è una catarsi.
Puoi cantare dell’infelicità tua e del mondo, puoi raccontare le esperienze più
tragiche e devastanti ma se riesci a farlo davanti a tante anime riunite la
malinconia svanisce, qualche raggio di sole filtra, tu continui a respirare, ti
senti sollevato, poichè anche il dolore e la tristezza acquistano senso.
Finchè dopo tanti concerti, dopo avere attirato la attenzione di tanti fan
avemmo la nostra prima recensione ufficiale.
Ancora oggi la conservo nel cassetto della mia scrivania, e da quel momento
per gli Iron & Fire fu l’inizio della fine.
Il critico musicale ci stroncò, ci definì squallidi animali di palcoscenico,
etichettò la nostra musica ormai superata dalle nuove tendenze musicali: la
disco, il funky, il pop di gruppi più giovani e freschi.
La questione è che quel critico musicale pubblicò la sua recensione sulla
rivista Rolling Stone e poi sulle più famose riviste musicali.
Il nostro gruppo si sciolse come neve al sole, il primo ad abbandonare il
progetto fu il batterista Freddy che di lì a poco avrebbe appeso le bacchette
al chiodo per arruolarsi in marina e andare a morire in Vietnam.
Ben presto cademmo tutti in disgrazia economica.
Io insieme a mia moglie e a mia figlia venimmo qui in Italia a tentare la
fortuna.
Mia moglie fu fortunata e trovò un lavoro come cassiera in un grosso centro
commerciale, io invece feci una serie di lavoretti temporanei:
cameriere,manovale, addetto alle consegne che non mi davano alcuna
soddisfazione nè economica nè personale, fu così che ricominciai a bere e mi
trovai messo alle strette tra l’incudine ed il martello, mia moglie non
tollerava che io bevessi e cercava di convincermi ad andare a vivere da solo.
Primi di trasferirmi da solo in questo monolocale, abitavo dall'altra parte del
ponte,dove vivi tu Mario, quando lo attraversavo e mi trasferivo da una parte
all'altra del ponte mi illudevo che mi sarei lasciato alle spalle le difficoltà
della vita e passando dall'altra parte del ponte credevo che nuovi orizzonti mi
sarebbero aperti, avrei ripreso la mia vita di prima: una nuova vita più felice,
più gioiosa ma non era così, era solo una illusione.
Così stretto tra i doveri del marito, del padre e del lavoratore faticavo a
riconoscermi in qualcuna di queste tre identità, io prima di tutto ero un
musicista e lo sono sempre stato, un grande chitarrista, pur caduto in
disgrazia, ma mia moglie non lo riconosceva ed io ero sempre più solo.
Hanno un bel dire i cattolici che quello che conta è l’amore di Dio, quando non
sei più amato né da tua moglie né da tua figlia è dura ti**re avanti.
Fu così che cominciai a bighellonare, a raccogliere le offerte presso le
chiese a suonare nelle piazze e nelle strade della città per raccogliere
qualche soldo che mi permettesse di ti**re avanti e di mantenermi.
Mario fu fortemente toccato dal racconto di Antony, mai e poi mai avrebbe
potuto immaginare quando lo aveva incontrato per la prima volta che la sua
vita potesse racchiudere tutti questi segreti.
Non sapeva cosa dire e lo guardava fisso, ma fu ancora Antony a riprendere il
filo del discorso interrotto:” vedi Mario nel mondo della musica, come in altri
mondi, c’è gente fortunata e gente che non lo è, ma comunque a
prescindere dal fatto di come è andata, a me Mario è sembrato di vivere un
miracolo, di essere il protagonista di una storia fantastica, pur se breve.
Il vero miracolo è quando lo spirito, le idee prendono forma e si traducono in
parola scritta, sia essa un libro, o le note di uno spartito, la parola diventa
scritto come Dio si fece carne.
Poi quando i libri deperiscono, ammuffiscono o si sfaldano non rimane di loro
nessun ricordo e così avviene anche per noi quando deperiamo e poi
muoriamo cosa rimane di noi ai posteri?, possiamo lasciare solo un bel
ricordo: un libro, una canzone, dei figli.
La cosa che non capisco è che quando invecchiamo persino i parenti più cari
continuano a chiedersi il come ed il perchè di questo processo, le cause, le
ragioni, perchè sta così male? Ha fatto gli esami del sangue, si è fatto
visitare dagli specialisti?senza capire che il disfacimento è naturale, fa parte
del ciclo della vita, va umanamente e consapevolmente accettato.
Ora la questione è filosoficamente parlando: lo spirito, l’anima in quanto
intima personalità di ognuno è a sua volta un aggregato e come tale è
destinato alla disgregazione oppure no?
Io penso di sì.
Non vi sono dubbi sul fatto che lo spirito sia frutto di aggregazione visto che
noi accediamo alla sua dimensione nutrendoci di pensieri e di libri altrui, di
cui ci appropriamo come facciamo con le proteine del pesce, della carne e
dei legumi o con le vitamine dell’insalata e della frutta, eppure c’è una
differenza ed è sostanziale.
Il nostro corpo in quanto composto materiale è fisiologicamente del tutto
simile ad un altro corpo, da cui in un eventuale trapianto potremmo ricevere
il fegato,il midollo persino il cuore.
Il nostro spirito, la nostra anima non è invece sostituibile.
Prima e dopo Leonardo da Vinci ci sono state chissà quante migliaia di artisti,
nessuno però aveva avuto e nessuno avrà mai la sua mano.
Lo stesso vale per tutti i grandi maestri in ogni ambito della creatività
umana.
Micelangelo e Raffaello hanno vissuto a Roma nello stesso periodo.
Mangivano i medesimi alimenti, assorbivano le medesime idee ma che
differenza tra la loro pittura.
Mozart e Bethoveen vivevano nella Vienna della seconda metà del ‘700
avevano in comune gli stessi wurstel, gli stessi stupefacenti dolci delle
migliori pasticcerie del mondo, le stesse passeggiate in carrozza, lo stesso
ambiente culturale diviso tra un tradizionalismo cattolico vecchio stampo e
le innovazioni dell’illuminismo, eppure che differenza nella loro musica!!!
Noi in quanto corpo siamo sostuibili in quanto spirito no.
Antony così concluse la sua lunga digressione e parve stanco,Mario a
proposito di sostituibilità e trapianti chirurgici si sarebbe anche
accontentato di tenere la sua anima di studente squattrinato ma avrebbe
volentieri preso in prestito la mano di Antony, chissà come correva ancora
veloce sulle corde di una chitarra.
Si era fatto tardi Mario doveva tornare a casa, tornare alla sua vita di sempre
fatta di compiti in classe, esami scritti ed orali, maldestri tentativi di
approccio con le ragazze, litigi con gli amici insomma le solite cose però era
grato ad Antony perchè,senza chiedergli nulla in cambio, gli aveva
raccontato la sua vita, lo aveva in un certo senso arricchito.
Mario avrebbe per sempre considerato Anton un amico e sperava
ardentemente che anche Antony considerasse Mario un amico, a maggiore
ragione dopo tutte le confidenze che gli aveva fatto.
Mario salutò Antony ed Antony rispose con un lapidario: “ ci vediamo
domattina in chiesa”.

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